Storia

Il territorio di Cartigliano, come del resto quello bassanese, si formò in seguito alle numerose e devastanti alluvioni del Brenta. La prima memorabile inondazione che la storia ricordi risale al 589 d.C., all'epoca dell'invasione longobarda. Nell'autunno di quell'anno una tremenda alluvione causata da straordinarie piogge si abbatté sulla nostra penisola, sconvolgendo il corso di diversi fiumi sopratutto nel Veneto. 

 
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Il Brenta, rotti i suoi naturali argini, straripò dal suo letto e dilagò per la campagne circostanti, trovando sistemazione definitiva nell'alveo che ancora oggi lo raccoglie; ne rimase cambiato perfino il corso del fiume: prima scorreva a est di Cartigliano e da allora fluì a ovest. Cartigliano, faceva parte anticamente del Municipium di Padova, che si estendeva in epoca romana dal Brenta al Piave e dall'Adige al Pedemonte Asolano.
Questa sua originaria appartenenza a Padova e al suo territorio ci é testimoniata, oltre che da vari reperti archeologici, dal nome stesso di Cartigliano riconducibile, a quanto pare, ad una gens Cartilia dedita alla fabbricazione di materiale edile conservatoci per altro sotto forma di numerosi prodotti fittili - coppi, tegole, mattoni, ecc. usciti con tanto di marchio di fabbrica dalle sue fornaci.

Il nome di Cartigliano come nome di villa, cioè di paese, con un suo prete e quindi anche con una sua chiesa, a quanto pare, compare la prima volta nel documento di donazione di Ecelo di Arpone del 1085. In quel primo documento su Cartigliano che la storia conservi il nome del nostro paese é scritto come Cartelianum, ma ricomparirà nel 1133 come Cartilanum, nel 1260 come Cartiglianum, nel 1262 Cartillanum, nel 1272 Cartianum ecc... Secondo gli storici bassanesi esso trae origine da una gens Cartilia di ascendenza romana o addirittura etrusca, nominata in parecchie iscrizioni attualmente conservate nei Musei di Este e di Padova e citate nel Corpus Inscriptionum Latinarum del Mommsen. 

 
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Ma se cercassimo un' altra conferma, essa potrebbe esserci fornita dalla suddivisione dei terreni e dall'assetto stradale della nostra campagna osservabile ancor oggi in parte ad occhio nudo e in parte maggiore con la fotografia aerea e l'ausilio dei satelliti artificiali.

La zona bassanese cui appartiene Cartigliano appare suddivisa da un reticolo di vie e sentieri campestri, intersecatisi quasi sempre ad angolo retto nella forma caratteristica della cosiddetta "centuriazione romana". Ai tempi dell'Impero Romano si solevano pagare i veterani di ritorno da questa o quella campagna militare, assegnando loro delle terre (da coltivare: era un modo come un altro per riavviarli, dopo anni di lontananza da casa e dagli affetti familiari, alla vita civile e assicurare la tutela armata di un territorio, specie se soggetto ai rischi di incursioni barbariche come il nostro. A questa operazione di suddivisione e spartizione dei fondi agrari - e il fundus Cartilianus era uno di questi, insieme al fundus Baxianus e a quello Roxianus sorti sull'agro del Brenta o Medoacus superiore, presiedevano i sacerdoti e gli agrimensori del posto.

Dal punto centrale dell’agro da centuriare si tracciavano, ad un certo momento della storia, due strade perpendicolari l'una all'altra, in direzione nord-sud ed est-ovest, cui si davano i nomi di "cardine" e decumano" e a partire da questi due assi principali si tracciavano, a distanza regolare, altrettante strade o sentieri campestri, detti “cardini” e “decumani” secondari, intersecatisi fra loro ad angolo retto. Il risultato così ottenuto era una campagna "centuriata" ovvero suddivisa in cento lotti, cioè a dire in cento quadrati di due iugeri l'uno, pari ad un quarto di ettaro circa. Nella centuriazione della zona di pianura a nord di Padova il cardine principale é dato dalla via che, partendo appunto da Padova e passando per Montá e Villafranca, sale sino a raggiungere la Valbrenta e il decumano principale dalla cosiddetta via Postumia che, partendo da Genova e passando per Vicenza e per Cittadella, arrivava sino a Concordia (148 a.C.).

Con la caduta dell'Impero Romano (476 d.C.), mentre nella nostra regione si apre il varco alle invasioni barbariche, contrassegnate dalla presenza e talvolta dallo stanziamento sulle nostre terre di Goti, Longobardi, Franchi e infine Ungheri, molte città e villaggi si troveranno costretti ad abbandonare il proprio territorio a cederlo, come accadrà per Padova, incendiata e distrutta dal longobardi (604 d.C.), alla cura civile e religiosa delle città circonvicine. 

 
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Si spiega così, come nella nostra campagna bassanese all'antica amministrazione civile ed ecclesiastica di Padova si siano succedute in un primo momento, durante i secoli della dominazione longobarda 568-774d.C. altre amministrazioni civili ed ecclesiastiche rappresentate dapprima dal Municipium di Asolo e poi dal 969 d.C. dalla marca e diocesi di Treviso o come, all'indomani del giuramento di fedeltà di Bassano e del suo distretto, 1a comunità di Cartigliano, allora annessa spiritualmente alla Pieve di santa Maria di Bassano, sia venuta a trovarsi all'interno dell' amministrazione civile e religiosa di Vicenza. 

 
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Il passaggio poi sul nostro territorio, dal crollo dell'Impero Romano in avanti, di tante genti, razze e culture diverse non é rimasto senza traccia. A seconda della durata e dell'influenza esercitata da ciascuna di loro, sia sul piano economico che su quello sociale e culturale in genere, esse hanno lasciato una loro impronta piú o meno profonda, rintracciabile ancor oggi, per quanto riguarda, ad esempio, l'epoca della dominazione longobarda, la più lunga nel tempo e la più influente (568-774 d.C.), oltre che in tante parole di uso corrente o in certe denominazioni di luogo, anche in certe devozioni di santi, come San Michele o San Giorgio, nonché infine in numerosi usi, costumanze e tradizioni civili conservati, a distanza di secoli fra la nostra gente. 

 

Gli Ungari e il Castrum di Cartigliano

Con la disintegrazione dell'impero di Carlo Magno (888-962 d.C.), vasto allora quanto oggi, piú o meno, l'attuale Comunità Europea, i rischi di invasioni Barbariche, favorite dal marasma politico dell'epoca, si resero per un certo periodo ancor più frequenti, costringendo le popolazioni delle nostre città e delle nostre campagne, specie verso la fine del primo Millennio, ad abbandonare le terre e a difendersi come potevano, costruendosi intorno alle chiese dei ripari o cinte murarie chiamate comunemente "castelli". E' ciò che si può notare anche dalle nostre parti, verso il X secolo, durante le incursioni ungare.

Erano gli Ungari una popolazione seminomade di origine asiatica, insediatasi da tempo nelle pianure dell'attuale Ungheria, fra i fiumi Tibisco e Danubio. Approfittando della dissoluzione allora in corso del sacro Romano Impero che aveva il suo centro nell'odierna Aquisgrana (Aachen), avevano preso l'abitudine di varcare sistematicamente da un anno all'altro le frontiere d'Italia e invadere in armi le nostre contrade. Assaltavano città e villaggi, incendiavano raccolti, minacciavano popolazioni inermi, sgozzavano donne e bambini bevendone il sangue e soprattutto si abbattevano su pievi e conventi, ritenendoli facile preda e deposito appetibile di chissà quali tesori. Nel corso della loro prima spedizione in Italia (898-900 d.C.), il re e futuro imperatore del Sacro Romano Impero, Berengario I, aveva cercato invano di fermarli, dapprima sul Ticino, a Pavia, e poi sulle sponde del Brenta, ai confini fra Bassano e Cittadella, ma era stato vergognosamente travolto e sconfitto. L'umiliante insuccesso del re e la sanguinosa disfatta del suo esercito mercenario avevano talmente spaventato le nostre popolazioni da indurle a provvedere da sole alla propria difesa, costruendosi, anno dopo anno, un po' su tutto il nostro territorio esposto al pericolo delle invasioni, cinte murarie intorno alle chiese e torri di guardia chiamate anche comunemente castelli.  

 
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Fu così che numerosi villaggi del nostro territorio bassanese, come Solagna, Pove, Cassola, Rossano e perché no, Cartigliano, ebbero, sull'esempio di Bassano le loro chiese "incasellate” cioè munite di torrioni e recintate a difesa, in caso di emergenza bellica, della popolazione locale.

Non si deve comunque pensare che simili castelli, esistenti come quello che si incontra nel 1262 a Cartigliano, fossero costruzioni complesse. Il pericolo rappresentato da quegli abilissimi predoni a cavallo che erano gli Ungari non richiedeva fortezze agguerrite o inespugnabili: per difendersi dal loro assalti bastava per allora una semplice cappella o chiesa campestre, dove accumulare un po' di viveri per la gente che andava a rifugiarvisi al momento delle loro scorrerie, e magari una torre da cui controllare la situazione e rintuzzare i loro assalti con quanto si poteva avere per le mani: frecce, tizzoni accesi, olio bollente o altro. 

 

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